Anaïs Nin e la magia del Marocco

«Fez. Prima o poi si finisce sempre con l’arrivare in una città che è l’immagine della propria città interiore. Fez è una riproduzione del mio io interiore e questo può spiegare il fascino che esercita su di me. Questa città che porta il velo, piena e inesauribile, labirintica, così ricca e variabile che persino io mi ci perdo. Passione per il mistero, per l’ignoto, e per l’infinito, l’inesplorato».

Era l’aprile del 1936 quando la scrittrice Anaïs Nin giunse in Marocco; era partita con suo marito da Marsiglia il 15 aprile del 1936 per raggiungere Algeri e da lì in treno Fez. Restano molte tracce di questo suo breve ma colorato soggiorno in Marocco. Ne scrive sul suo diario e su alcune lettere destinate a Henry Miller. L’incanto che questa città le trasmette si percepisce a pieno leggendo le sue parole: «L’atmosfera è così chiara, così bianca e blu, che si ha l’impressione di poter vedere tutto il mondo con la stessa chiarezza con cui si vede Fez. Gli uccelli non chiacchierano come a Parigi, cantano, trillano come un fervore lirico e tropicale». Questo luogo magico e intenso, con le sue strade misteriose e i suoi alti minareti sembra rappresentare la condizione interiore della scrittrice: «Gli strati della città di Fez sono come gli strati e i segreti della vita intima. Ci vuole una guida». E’ proprio in questa città che avviene una consapevole maturazione: «Le ultime vestigia del mio passato si erano perse nell’antica città di Fez, che era costruita in modo tanto simile alla mia vita, con le sue strade tortuose, i suoi silenzi, i suoi segreti, i suoi labirinti e le sue facce nascoste. Nella città di Fez sentii in piena consapevolezza, che il piccole demone della depressione che avevo combattuto per venti anni, aveva cessato di divorarmi […] L’introspezione è un mostro divorante. Bisogna nutrirlo con molto materiale, molta esperienza, molta gente, molti posti, molti amori, molte creazioni, e allora smette di nutrirsi di noi». Il viaggio in Marocco assume dunque questo valore: attraverso la ricchezza di un luogo  colmare un proprio vuoto e affrontando la labirintiche strade della città, risolvere, seppur momentaneamente, i proprio enigmi e alleviare una propria complessità interiore. In una lettera a Miller del 17 aprile Anaïs Nin afferma di non aver portato con sé il diario; le descrizioni che oggi vi leggiamo potrebbero dunque essere una trascrizione avvenuta in seguito dimostrando così il sincero coinvolgimento della scrittrice e che le suggestioni e gli effetti di questo viaggio si mantennero davvero nel tempo.

Tutte le citazioni sono tratte da Diario II 1934-1939 (Bompiani);  per approfondire si veda anche Anaïs Nin – Henry Miller, Storia di una passione (Bompiani).

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