Una casa in paradiso: Colin McPhee a Bali

Una casa a Bali di Colin McPhee  (edito da Neri Pozza) rimane uno dei testi più belli e suggestivi sull’isola di Bali. Incuriosito dai suoni di un gamelan emessi da un grammofono durante una festa a New York nel 1929, McPhee che era compositore e musicologo, decise di approfondire la conoscenza della musica balinese; come lui stesso scrisse era «a caccia di musica» e «alla ricerca di qualcosa di indefinibile – musica o vita», non lo sapeva ancora; si stabilì per alcuni anni sull’isola indonesiana e raccolse tutto il materiale necessario al suo studio che confluì poi nel  lavoro Music in Bali.  Una casa a Bali è invece il racconto di quegli anni che rappresentarono la svolta del suo destino: incantevoli descrizioni paesaggistiche e curiosità su tradizioni locali che il lettore può tentare di immaginare e se già conosce l’isola può richiamare alla memoria nonostante sia trascorso così tanto tempo da allora; Copertina_Baliallontanandosi dalle località turistiche più rinomate a addentrandosi nel cuore dell’isola, Bali custodisce ancora il segreto di una natura bella, selvaggia, unica, così come la descrisse McPhee: «Di primo mattino l’isola di Bali aveva una freschezza dorata, era madida e lucida di umidità come i fiori nella vetrina di un fioraio. Verso mezzogiorno il suo aspetto si faceva duro e prosaico. Ma nel tardo pomeriggio l’isola si trasformava un’altra volta, sontuosa e irreale come le quinte di un vecchio teatro d’opera. Quando il sole si avvicinava all’orizzonte, gli uomini e le donne si facevano color del rame, mentre le ombre diventavano purpuree, l’erba azzurra, e tutto il bianco dava riflessi rosa scuro». Furono molti gli Occidentali che rimasero affascinati e ammaliati dall’isola balinese, fra i tanti ricordiamo il pittore tedesco Walter Spies le cui opere sono per esempio esposte anche presso l’”Arma Museum & Resort” nella località di Ubud, centro culturale dell’isola.  Bali non è più quel paradiso, il turismo di massa ha indiscutibilmente variato l’isola e la sua gente (come purtroppo capita spesso con lo sviluppo esagerato dell’economia turistica), ma feste, credenze e caratteristiche di questo magico luogo sono per fortuna rimaste intatte, nonostante i tanti anni di distanza; anche la Musica balinese continua a distinguersi per l’effetto di trasognato relax che suono e melodia riescono a trasmettere. Il libro di McPhee è in effetti soprattutto un omaggio alla Musica Balinese, fra le prime pagine leggiamo: «mi addormentavo con quella musica che ancora risuonava nel mio orecchio, e dormendo la sentivo ancora, o meglio, la vedevo, perché nel sonno mi sembrava che si trasformasse in una luccicante pioggia d’argento».  Procedendo con la lettura troviamo: «La melodia si ripeteva di continuo, come un disco rotto, implacabile, senza il minimo cambio di espressione. La sua estensione era molto limitata, perché nella scala degli strumenti c’erano solo quattro note diverse, e le curiose relazioni di questi suoni fra loro, unite alla stranezza degli accordi, davano alla musica un carattere che non so descrivere, creando un’atmosfera di incredibile antichità. Era come risalire alle origini stesse della Musica». L’effetto suggestivo e ipnotico che questa musica produce rende magica la sintonia che si crea con l’isola. Bali è soprattutto Musica e Danza, McPhee a proposito dei danzatori scrive: «Il ritmo del corpo, il fermarsi delle mani, un quasi impercettibile movimento dell’occhio coincidono fino a una minima frazione di secondo con gli accenti sincopati della musica. Il ballerino è la musica resa visibile». E se la danza è musica visibile, questo lavoro letterario di McPhee si può definire “pittura acustica” (una definizione che era stata utilizzata per Pasternak, la cui scrittura appare come una sintesi fra musica e pittura), confermandosi definitivamente uno dei migliori libri sul paradiso perduto.

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