Bruce Chatwin e Paul Theroux raccontano il loro Ritorno in Patagonia

Il volume Ritorno in Patagonia (edito da Adelphi) è il racconto a due voci dei viaggi che Bruce Chatwin e Paul Theroux intrapresero alla scoperta della Patagonia. Scritto appositamente per una conferenza che si tenne presso la Royal Geographical Society, il libretto nasce dal comune amore per questa terra sconfinata  e per il gusto condiviso di visitare e viaggiare procedendo per riferimenti letterari tratti dalle letture che hanno preceduto e poi accompagnato il viaggio, è lo stesso Chatwin a raccontarlo nelle prime pagine: «Paul ed io siamo andati in Patagonia per motivi diversissimi. Ma se mai siamo dei viaggiatori, siamo viaggiatori letterari. Un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro; ritorno in patagoniaaccenneremo dunque ad alcuni esempi di come la Patagonia abbia colpito la fantasia letteraria». Per fare un esempio, nel testo ricorre più volte l’aggettivo “patagonico”, termine coniato da Melville per indicare un qualcosa di assolutamente esotico e attraente, parola che colpì la fantasia di Chatwin sin dall’infanzia, alimentando il suo desiderio di andare un giorno alla scoperta di questo luogo così lontano e misterioso, «una Terra delle meraviglie», come lui stesso l’aveva definita. Da questa sua avventura nacque quello che è considerato il più bel libro di viaggi, il volume In Patagonia (edito da Adelphi); anche Theroux, prima della conferenza con Chatwin, aveva pubblicato un volume sulla Patagonia, L’ultimo treno della Patagonia (pubblicato da Baldini & Castoldi), e si era distinto per la sua vita molto movimentata che comprende cinque anni di lavoro trascorsi in Africa e un periodo di insegnamento a Singapore, anni in cui si dedicò anche a numerose pubblicazioni di romanzi e letteratura di viaggio. Di questo volumetto scritto a due voci ci piace segnalare proprio le prime pagine di Theroux le cui parole dischiudono il misterioso fascino della Patagonia; retorno-a-la-patagonia-bruce-chatwin-paul-theroux_MLA-O-90367235_2195 la sua abile descrizione consente anche al lettore che non ha mai visitato questa terra di percepirla, una magia che pochi scrittori riescono davvero a realizzare: «La Patagonia era quindi la promessa di un paesaggio sconosciuto, l’esperienza della libertà, la parte più a sud del mio paese, la destinazione perfetta; […] E quando finalmente vi arrivai, ebbi la sensazione di essere approdato al nulla, a un non-luogo. Ma la cosa più sorprendente era che mi trovavo ancora nel mondo, pur avendo viaggiato per mesi verso sud. Il paesaggio aveva un aspetto desolato, eppure dovevo ammettere che i suoi tratti erano leggibili e che io esistevo in esso. Questa era una scoperta: il suo aspetto. Pensai: Un non-luogo è un luogo.[…]Qui non c’erano voci. C’era quello che vedevo e basta;[…] Solo il paradosso patagonico: minuscoli fiori in uno spazio immenso; per stare qui bisognava essere miniaturisti, oppure provare interesse per enormi spazi vuoti. Non c’era un campo intermedio di studio. O l’enormità del deserto o la vista di un piccolissimo fiore. In Patagonia si deve scegliere fra il minuscolo e l’immenso».

Da allora sono molti i viaggiatori letterari che hanno esplorato la Patagonia aggiungendo fra le letture  proprio le piacevoli e scorrevoli pagine di viaggio di Chatwin e Theroux, andando sulle loro tracce, ripercorrendone le orme e scrivendo nuove e rinnovate pagine sulla Patagonia; una terra sconfinata, proprio come la letteratura che le si continua a dedicare.

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