I luoghi dell’anima nel romanzo di Rinaldo Bellingeri: intervista con l’autore

Oggi incontriamo lo scrittore Rinaldo Bellingeri autore del libro  Il cono del pesce (Un’utile guida per l’orsetto a pile) pubblicato da Albatros. Qui di seguito, prima dell’intervista,  vi proponiamo un brano tratto dal suo romanzo:

«La città di dakar è la città dei beduini infognati nelle sabbie mobili costiere, è una città di confine sospesa tra deserto e africa nera, e alle spalle l’immenso stagno salato da cui ogni giorno si materializzano dalla nebbia le sagome scure dei cargo. La notte vago per la città tra gli odori che escono da ogni buco dove si accampa l’uomo, odori di spezie e di carne bruciata, le case sbriciolate dal sole riposano quiete, ansimanti.

Il cono del pesceDi tanto in tanto una palma dal gambo alto e snello apre i suoi petali al cielo scuro e denso. Lungo i marciapiedi m’imbatto in tavolini sgangherati vomitati da luridi anfratti, e in creature ombre della notte, grumi dentro al prolasso, le mie orbite roteano come un giroscopio impazzito tra macchinette di coca cola, tavolacci, spiedi di kebab, pastelle abbrustolite su piastre roventi, io sono il mio corpo, i miei sensi la via aperta alla città dove tutto il mondo s’è infrattato e ha cacato i suoi resti, come una spugna adsorbo il denso fumo nei polmoni, il vociare aspirato e gutturale, gli aliti fetidi di cammello, mentre vecchie macchine americane come lunghe chiatte discendono per i canali d’asfalto, trabiccoli a tre ruote borbottanti sbandano e trapassano i timpani con gli acuti dei clacson, a ogni passo motociclette del dopoguerra stantuffano fumi che bruciano le viscere, milioni di ragazzi tutti uguali con la camicia fuori la pelle scura gli occhi vivi e neanche un soldo in tasca si sono accaparrati tutti gli organi meccanici dell’africa occidentale, a gruppi di due tre quattro su selle smontate percorrono senza sosta strade che non finiscono mai nella città che sembra arrivare fin agli altopiani e oltre fino ai confini del mondo». 

Come si inserisce questo brano in cui descrivi la capitale senegalese nelle vicende del tuo romanzo?

Emanuele, colui che in questo momento del Romanzo è il protagonista, cerca di ricostruire gli ultimi giorni del pittore scomparso attraverso le pagine di un diario. Una delle ipotesi è che il pittore abbia lasciato il suo paese per affrontare un viaggio in terre lontane. Avvicinandosi la fine, le pagine del diario diventano l’espressione allucinata della pazzia. La risposta sfugge. Forse il pittore non lasciò mai il paese.

Il viaggio diventa allora una necessità per Emanuele: dismettere l’armatura che si è scelto, nella  ricerca del pittore, nel rapporto con Chiara, nella sua vita, provare a lasciarsi galleggiare in luoghi remoti, sospesi nella sua anima, divenire respiro, e percezione di suoni, odori, immagini, fotogrammi di una città straniera nella terra d’Africa, così forse Emanuele potrà intuire il destino del pittore.

Il viaggio è anche una necessità liberatoria per la storia, come se le briglie troppo tirate, per via dell’intreccio fitto di eventi, infine potessero sciogliersi nello ”immaginario” di un viaggio, in cui gli strumenti di conoscenza e di scoperta non sono quelli della ragione, ma quelli dell’oblio e dell’abbandono.

Come è avvenuta la genesi e la scelta dei luoghi del tuo romanzo? Hanno una reale consistenza fisica e geografica o esprimono piuttosto un altrove dell’animo?

Quando descrivo gli avvenimenti, siano essi nella città, o nel casolare di campagna, sospeso nella periferia della grande città, in un luogo di confine dove il mondo antico è stato stuprato dal cancro urbano, preservativi gettati lungo i viottoli, vecchie cascine trasformate in alveari di villette a schiera,  tendo sempre a creare l’ambientazione, perché è dentro ad un luogo che la storia nasce, nel mio immaginario.

Nel Romanzo i luoghi appartengono alla dinamica dell’anima, sono le coordinate, talvolta la resa materiale dello spirito, sono il riflesso dello stato d’animo, o meglio l’immagine che il mondo rimanda a chi interroga ciò che è fuori da sé con gli strumenti dell’anima.  Nella seconda parte del Romanzo ad esempio i luoghi ove si muove il pittore sono i deserti aridi della sua follia, popolati da personaggi strambi e maligni, il risultato di una umanità perduta.

I luoghi concorrono alla storia dello “io” narrante, ma sono anche l’oggetto della rappresentazione. Nel mezzo, nella lontananza, nella perdita, si gioca l’emozione, la commozione, la poesia, la verità dell’anima comunicata a chi legge.  “Luogo” poi non appartiene alle coordinate fisse del presente, bensì fluttua nel ricordo, nella nostalgia, nel sogno. Come il viaggio di Chiara sul lago Tanganica, raccontato nel ricordo struggente del padre.

Ci puoi spiegare come nasce il titolo del tuo libro?

Il titolo si compone di due parti.

“Il cono del pesce” è la parte razionale del titolo. Il pesce vedrebbe gli oggetti lontani tutti riportati ai bordi di un cono rovesciato, di cui esso è il vertice. In realtà non giurerei su questo ricordo di fisica, né sulla sua veridicità (come dimostrarlo, poi?), tuttavia mi è parso che questa immagine potesse rendere bene il concetto di una visione deformata dei fatti.

I soggetti narranti che si alternano nel Romanzo vedono realtà parziali e distorte; da questo intreccio si sviluppa la trama, squarci di luce si accendono via via sul mistero del pittore scomparso.

“Un’utile guida per l’orsetto a pile” è la parte emozionale del titolo. Il dramma dell’uomo è lo stesso dell’orsetto a pile, che continua a dimenarsi anche poi che ha esaurito le pile, prima di accasciarsi esanime nella stiva di Mangiafuoco.

Quali sono i modelli letterari che hanno ispirato il tuo romanzo e la tua scrittura?

L’ispirazione ha una radice interiore di ascolto, ho lasciato che la voce dei miei personaggi e la loro umanità fluissero nelle mie parole. Rimuovere filtri e sovrastrutture, questo il mio progetto di scrittura.

A parere mio le letture sono importanti per liberare certe “leve” che lo scrittore ha dentro, gli offrono squarci e vedute; tuttavia, per scrivere in modo “vero”, ossia vicino al proprio modo di sentire, lo scrittore deve trovare uno stile e un “passo” che gli appartengano visceralmente, come le cose d’infanzia appartengono ad un bimbo; il bimbo conosce con le mani, e con la bocca, prima ancora di catalogare e verbalizzare.

Nel lungo arco temporale in cui ho scritto questo Romanzo ho letto molto gli autori americani della generazione nata nel dopoguerra: Paul Auster, Ian McEwan e Joe Lansdale in particolare. Potrebbe esserci un’influenza inconsapevole nell’impostazione del Romanzo, nella struttura di giallo.

Inoltre non è escluso che la lettura di Henry Miller abbia contribuito a innescare in me il libero fluire delle parole, a creare un corto circuito tra sensibilità ed espressione dell’io narrante.

In gioventù ho amato molto l’Inferno di Dante; forse se ne possono cogliere echi nell’uso plastico del linguaggio, nell’utilizzo delle parole come materia da plasmare, creta nelle mani, in certe rese vivide di suoni e immagini.

 Sei un ingegnere nucleare spesso in viaggio sulla rotta Venezia-Dubai. Come riesci a conciliare la creatività con la razionalità che la tua professione ti impone?

In realtà non avverto questa conflittualità. Sono però molto rigoroso nel cercare uno spazio adatto alla scrittura, uno spazio dell’anima, dove l’atto di scrivere possa nascere con un suo naturale respiro. E non è sempre semplice trovare questi spazi, dato che io stesso mi sono richiesto diversi compiti nella vita.

Tuttavia, anche quando mi perdo lungo rotte ben più complicate della Venezia-Dubai, c’è sempre una voce dentro di me che chiede semplicemente di essere ascoltata.

Mettere a tacere questa voce, come mi capita spesso di fare, mi procura davvero troppo dolore. E non sarà nemmeno la mancanza di successo a farla tacere. Potrò essere solo io a farlo, qualora scoprissi di non avere più parole sincere da scrivere, parole che abbiamo un senso artistico, e che gorgoglino di umanità.

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