Dalla Sicilia alla Libia: Ignazio Sanfilippo, un Gattopardo nel Deserto

sanfilippo4Nel suo libro Ignazio Sanfilippo, un Gattopardo nel Deserto (Edizioni Lussografica), Vincenzo Ferrara restituisce il ritratto di un uomo straordinario, Ignazio Sanfilippo, la cui storia avrebbe rischiato l’oblio se non fossero stati recuperati e ricostruiti i tasselli della sua biografia; parte di responsabilità, come spiega l’autore, l’ebbe forse lo stesso Sanfilippo, il quale, di carattere schivo e modesto, non amò apparire e dare risalto alle proprie imprese a tal punto che per gli stessi discendenti, fra leggenda e ricordi, non fu sempre facile comprendere la portata delle gesta del proprio avo.

Vincenzo Ferrara, bisnipote del Sanfilippo, incuriosito, con attenzione e meticolosità ha ricostruito le vicende storiche e personali di questa figura particolare che non a caso, come vedremo, ha voluto definire «un Gattopardo nel Deserto»; la decisione di dedicarsi a questo lavoro fu presa nel 1992, quando, in una libreria in Galleria a Milano, sfogliando il volume Gli Italiani in Libia – Tripoli bel suol d’amore del prof. Angelo Del Boca, l’autore si imbatté proprio nel nome di suo nonno e, come spiega nella premessa: «Da quel momento mi sono dedicato con passione alla ricostruzione delle tappe salienti della sua avventurosa esistenza attraverso lunghe ricerche archivistiche, rese più difficili dalla mia residenza all’estero e dall’esiguità di ricordi e testimonianze alle quali attingere. Il mio sforzo è stato abbondantemente ripagato dalla soddisfazione di essere riuscito a ricomporre l’intero mosaico della sua poliedrica esistenza e a scoprire le radiciuntitled di un ramo della mia famiglia». E così proseguendo con la lettura di queste pagine dedicate ad Ignazio Sanfilippo, scopriamo che dopo un periodo di studio e lavoro a Roma, il giovane Sanfilippo, grande appassionato di mineralogia, nel 1886 rientra in Sicilia, a Casteltermini, per aiutare suo padre e suo fratello nella gestione delle miniere di zolfo di famiglia, Ferrara spiega: «Il quadro sociale ed industriale nel quale Ignazio Sanfilippo si trova ad operare quando inizia la sua professione è estremamente difficile. In tale contesto egli s’impegna, per quanto di sua competenza, a conciliare le necessità industriali ed economiche dell’impresa mineraria con il miglioramento delle condizioni di lavoro e di sicurezza in miniera». Molti anni dopo, nel 1910, il Governo Italiano deve «individuare la persona giusta a cui affidare il compito segreto di accertare l’esistenza delle presunte risorse minerarie» in Libia e trova proprio in Ignazio Sanfilippo la competenza necessaria all’impresa; la passione per la mineralogia coniugata con l’amore per l’Africa induce il Sanfilippo a partire per ben tre missioni in Libia; a proposito della prima Vincenzo Ferrara scrive: «I 53 giorni africani (23 giugno -15 agosto 1910) si sanfilippo2rivelano essere un’esperienza affascinante per il Sanfilippo e lo segnano indelebilmente esaltandone lo spirito d’avventura. Il silenzio del deserto, le sue fantastiche notti cariche di stelle, l’aroma di un te verde bevuto in compagnia degli amici arabi attorno ad un falò, la drammatica bellezza delle infinite distese di sabbia rimarranno per sempre scolpite nell’animo del nostro uomo». La seconda missione ha inizio l’anno successivo: il 13 febbraio 1911, accettato l’incarico, Sanfilippo parte per Tripoli e, ottenute tutte le autorizzazioni del Governo Ottomano, l’8 aprile di quell’anno prende ufficialmente avvio questa nuova impresa.  All’inizio della seconda parte di questa missione, Ignazio Sanfilippo scrive: «muovevamo verso il Sud, verso la Sirtica, verso l’ignoto e l’animo nostro si schiudeva al fascino di quei viaggi che, nella visione della metasanfilippo1, attutisce il senso delle sofferenze e dei pericoli e dà forza a superare con entusiasmo ogni contrarietà, ogni ostacolo». Parole quasi profetiche che sembrano anticipare il lungo periodo di prigionia, sino all’11 novembre 1912, che i componenti di questa Missione devono affrontare a causa della guerra italo-turca. Rientrato alla sua vita in Italia, per diversi anni Sanfilippo si occupa di altri progetti recandosi per esempio a Monteneve, in Alto Adige; ma come scrive l’autore del libro: «il “mal d’Africa” aveva colpito in modo irreversibile il nostro uomo. Egli non aveva mai rinunziato al suo progetto di tornare in Libia e completare l’impresa che guerra e rivolta araba avevano costretto ad abbandonare», progetto che si concretizza con la sua partenza nel marzo del 1929, sempre alla ricerca dei giacimenti fosfatici libici. Scrive l’autore:«[…] i suoi studi ormai occupano un posto di grande importanza nell’ambiente scientifico e costituiscono il punto di partenza e un riferimento obbligato per qualunque ricerca riguardante la mineralogia libica dell’epoca. […] A conclusione della sua ultima impresa libica a riconoscimento del valore delle sue scoperte, Ignazio Sanfilippo è nominato Commendatore della Corona d’Italia e, successivamente, Commendatore della Stella d’Italia». L’interesse di Sanfilippo per la ricerca e il suo amore per le miniere di famiglia furono sinceri e appassionati a tal punto che alla sua morte non lasciò grandi ricchezze; nelle pagine conclusive  di questo bel volume, Vincenzo Ferrara spiega: «Si può senz’altro affermare che egli sanfilippo3muoia meno ricco di quanto non sia nato e ciò senza aver sperperato i frutti del suo proficuo ed onesto lavoro. In famiglia gli si è rimproverato di aver amato troppo la sua professione e di aver destinato soverchie risorse familiari alla costante ricerca di tecniche dirette a migliorare la produzione ed il rendimento dell’impresa mineraria senza mai perdere di vista le condizioni di lavoro degli zolfatari e la loro sicurezza […] L’approfondito esame di tutta la copiosa documentazione che ha accompagnato il presente lavoro ha puntualmente dimostrato la veridicità di tale affermazione e utopisticamente  sarebbe interessante individuare quante vite umane sono state salvate dagli sforzi manageriali profusi dal Sanfilippo nella gestione delle zolfare».

Con Ignazio Sanfilippo si chiuse un’epoca: quella che vide Casteltermini come uno dei centri più importanti nella produzione di zolfo in un periodo in cui era determinante per l’industria chimica mondiale; e si chiuse anche un’altra epoca: «quella della sua famiglia. Sul suo letto di morte, fra i ricordi del deserto libico, delle innevate montagne dell’Alto Adige, della sua Ferro Roveto, del figlio  Luigi morto troppo presto per perpetrare la sua opera, lo avrà sfiorato il pensiero di essere stato l’ultimo Sanfilippo», spiega l’autore che per concludere il suo lavoro sceglie di citare queste parole tratte da Il Gattopardo: «…il significato di un casato nobile è tutto nelle tradizioni, cioè nei ricordi vitali; e lui era l’ultimo a possedere dei ricordi inconsueti, distinti da quelli delle altre famiglie».

A proposito dell’autore: Vincenzo Ferrara è nato a Palermo nel 1948. Ha vissuto e lavorato per un importante Istituto di Credito a Palermo, Trapani, Genova, Milano, Toronto, Londra ed Amsterdam. In quest’ultima sede ha anche ricoperto la carica di Vice Presidente della Camera di Commercio Italiana per l’Olanda e di Vice Chairman della Foreign Banks Association. Oggi vive fra Palermo e la sua campagna di Casteltermini.

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