L’Africa di Ernest Hemingway: un Safari Letterario

Ancora oggi molte località turistiche del Kenya ci ricordano il suo passaggio: un esclusivo Resort di Watamu porta il suo nome, uno storico ristorante di Malindi quello di uno dei suoi più celebri romanzi. Ernest Hemingway visitò il Kenya per ben due volte, a distanza di venti anni l’una dall’altra. Nel 1933 accompagnato dalla sua seconda moglie Pauline Pfeiffer, nel 1953 accompagnato da Mary Welsh, l’inviata del Time e di Life che aveva conosciuto quasi dieci anni prima. I due viaggi in Kenya avevano uno scopo preciso:

il Safari, ma non come lo conosciamo noi oggi, fotografico, in cui l’unico obiettivo è contemplare la natura, osservando semplicemente la savana e il suo naturale e quotidiano scorrere. No, il suo era il Safari di caccia, quello che il personaggio interpretato da Diego Abatantuono nel celebre film di Marco Risi Nel continente nero rimpiangeva, affermando che prima «gli animali erano contenti, almeno c’era la sfida, o loro o te»; ed è proprio il senso e l’emozione di questa sfida che affascina lo scrittore dal momento che Hemingway, in Kenya come altrove, aveva sentito urgente il bisogno di confrontarsi con la natura. Il suo romanzo Le nevi del Kilimanjaro, uscito nel 1936 sulla rivista «Esquire», si apre con la storia di un leopardo morto sulle alte vette anche se «Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine». Forse proprio Hemingway, più di chiunque altro, aveva intuito quell’istinto in cui si riconosceva: agire per superare sempre i propri limiti con la conseguenza di visitare e vivere i luoghi con sfacciata intensità.

Pare che sia stato proprio Hemingway il primo a introdurre nella lingua inglese il termine “tecnico” safari che in lingua swahili altro non vuol dire che viaggio (da intendersi comunque in senso più ampio): una parola che, come dimostra la sua nota e ricchissima biografia, certo non poteva lasciarlo indifferente. Hemingway aveva bisogno di tanto e illimitato tempo per poter compiere il Safari, lo afferma lui stesso nel romanzo Verdi colline d’Africa (pubblicato nel 1935 e definito nonostante l’alterazione dei nomi una trasposizione reale di quanto vissuto in quel primo soggiorno africano): «non è affatto piacevole avere un termine entro il quale il kudù o lo prendi o forse non lo prendi mai più, e neppure magari riesci a vederlo. Non è la maniera d’andare a caccia questa; è un po’ come la storia di quei giovanotti che mandavano a Parigi e se entro due anni non diventavano pittori o scrittori, dovevano tornarsene a casa ed entrare nell’azienda paterna».

I suoi due soggiorni africani furono però sempre segnati da disavventure che lo costrinsero all’interruzione o al rientro: tra il 1933 e il 1934 venne colpito da una forte dissenteria, dalla savana fu trasportato a Nairobi da dove, dopo le cure, riprese il suo safari di caccia fino a marzo e questo episodio viene anche trasposto nel romanzo Le nevi del Kilimanjaro. Venti anni dopo, nel 1953, tornò in Africa anche per far visita al figlio Patrick che viveva in Tanganika (l’attuale Tanzania) e proprio in occasione di questo safari gli capitarono, una dietro l’altra, una serie di sventure destinate a segnarlo in maniera definitiva: il 22 gennaio del 1954 il pilota dell’aereo su cui si trovava colpì un filo del telegrafo e fu costretto ad un atterraggio di emergenza in Uganda. Hemingway si slogò la spalla destra, la radio non era funzionante e lui, Mary ed il pilota risultarono dispersi fino a quando non furono soccorsi da una barca che passava sul fiume con la quale raggiunsero la località di Butiaba. Da lì trovarono un volo per Entebbe ma, proprio in fase di decollo, l’aereo prese fuoco e nell’incidente Hemingway riportò le gravi ferite che lo segnarono per il resto della sua vita.

Non si può dunque affermare che i suoi soggiorni africani siano stati caratterizzati dalla serenità ma nei suoi romanzi, oltre alla sua personale passione per la caccia, finalmente bandita in Kenya a partire dal 1977, Hemingway riesce mirabilmente a raccontare una terra carica di quell’energia ancestrale che soddisfa tanto la curiosità dei lettori quanto il vitalismo dell’autore; nelle Verdi colline d’Africa scrive: «Io sarei tornato in Africa, ma non per guadagnarmi la vita, per questo mi bastavano un paio di matite e poche centinaia di fogli di carta della meno cara. Ma sarei tornato là, dove mi piaceva vivere, vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni». E ancora: «Non riuscivo a convincermi che fossimo di colpo arrivati in un paese così meraviglioso, un paese dal quale si doveva uscire come da un sogno, felici di aver sognato». A proposito dei nomadi guerrieri della savana, i Masai, aggiunge: «I bambini erano giovanissimi, uomini e donne sembravano tutti della stessa età. Non c’erano vecchi. Avevano tutti l’aria di essere i nostri più grandi amici […] grandi e dritti nelle loro pelli brune, con le loro massicce trecce pendenti, i visi tinti in rosso-mattone, appoggiati alle loro lance, seguendoci con gli sguardi e sorridendo».

Nel romanzo Vero all’alba afferma: «L’Africa, vecchia com’è, rende tutti bambini, tranne quelli che la invadono e quelli che la rovinano sistematicamente […]. Tutti, uomini e animali, ogni anno che passa acquistano un anno, ma alcuni ne acquistano uno in più in conoscenza». Queste citazioni, solo poche righe fra le tante pagine dei tre romanzi ambientati in Kenya, dimostrano l’amore incondizionato del celebre scrittore per questo Paese ed il suo popolo che, nonostante le molteplici difficoltà, allora come oggi, regalano indimenticabili emozioni ed un Hakuna matata («nessun problema» in lingua swahili) a esorcizzare qualsiasi ostacolo, vero, finto o inventato che sia.

Tutti i romanzi citati in questo articolo sono pubblicati in Italia da Mondadori.

Questo articolo di Emanuela Riverso è già apparso sul magazine Dietro le quinte on line

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