Turtle House, la casa di Tiziano Terzani a Bangkok. Tra ricordi e nostalgie

di Teresa Pisanò

Una calda mattina di febbraio di qualche settimana fa.

Il sole ci brucia la testa mentre ci aggiriamo tra i vicoli di Bangkok con gli zaini enormi sulle spalle alla ricerca della casa dove visse Tiziano Terzani.

Visitarla era nei miei pensieri da molto tempo, da quando lessi la prima volta Un indovino mi disse sulla mia terrazza di Shanghai, un libro che è stato la mia guida, nelle cui prime pagine di cartoncino rigido avevo appiccicato le cartine delle nazioni del Sud-Est Asiatico raccontate da Terzani, tracciando le linee di tragitti che allora solo immaginavo e che poi avrei percorso per davvero.

C’è un traffico terribile in città e non è facile trovarla dalle poche informazioni che abbiamo e nel dedalo di viuzze parallele alla strada principale, che sembrano tutte uguali e con un ordine numerico che non ho ben capito.

Mi affido ai ricordi delle descrizioni di Terzani della sua «casa bella e fatata», «un’oasi di vecchio Siam in mezzo all’orrore del cemento» e a qualche vecchia foto ed è così che in una stradina scorgo il recinto di bambù ormai vecchio e logoro circondare quel pezzo di paradiso che pare quasi essersi arreso e, indifeso, alza le mani di fronte all’accerchiamento di palazzoni che lo sovrastano arroganti e minacciosi. Il portone è socchiuso. Lo spingo piano piano e un uomo seduto all’ombra di un ombrellone all’angolo della strada ci grida «Hello!» e ci dice di aspettare. Viene verso di noi, apre il cancello e urla qualcosa in thai, poi se ne va. Esce un signore con una maglia azzurra, che ci fa cenno di entrare. È Kamsing, il custode e giardiniere che ha vissuto insieme alla famiglia Terzani e che abita ancora lì da circa 35 anni. Tutto trafelato mi dice che è appena tornato dal mercato e che stava aiutando la moglie a cucinare. Non vogliamo disturbare, ma lui insiste e ci dice di restare.

È emozionante essere lì, parlare con lui, vedere con i miei occhi, sentire con il mio naso e le mie orecchie ciò che ho solo letto e di cui ho fantasticato. È come entrare fisicamente nella storia, vedere cristallizzarsi in realtà l’evanescenza dell’immaginazione. È come stringere la mano del personaggio inventato di un romanzo che all’improvviso ti appare di fronte in carne e ossa. La casa è di una bellezza struggente ed evoca un passato meraviglioso con la sua struttura di legno tradizionale thailandese, il laghetto e una miriade di alberi e piante di ogni tipo che creano un vero e proprio microcosmo vegetale, dove anche uccelli e animali vari hanno trovato riparo, un fresco e appagante rifugio nel deserto arido della città. Il signor Kamsing non ha bisogno di spiegazioni, lo sa perché siamo lì.

Mi fa lasciare subito lo zaino enorme che porto sulle spalle e poi mi apre le porte di quella che fu la casa dei Terzani per quattro anni (1990-1994) e mi accompagna nelle stanze e nel giardino, raccontandomi aneddoti vari e vecchie storie, quelle che non ci sono nei libri, tra risate e nostalgie di quel tempo passato. Mi guardo intorno mentre ascolto le sue parole di narratore e mi lascio trasportare dai ricordi di situazioni e cose che sono diventate ora tangibili, le posso toccare, sono lì davanti a me. La casa, il lago, l’ufficio di Terzani dove si è trasferito Kamsing con la famiglia, la vegetazione tropicale quasi infestante che abbellisce ogni angolo. Tutto è come lo avevo immaginato, perdendomi tra le pagine di Un indovino mi disse.

Entriamo in casa. Ci togliamo le scarpe, abitudine asiatica da me totalmente acquisita e diventata ormai azione istintiva, e andiamo prima in cucina e poi in salotto. Stanze spaziose, con il pavimento in legno, i muri ingialliti e le vetrate grandi che si affacciano sul lago e sul giardino. «Qui c’erano tanti libri. Oh mio Dio, tantissimi libri dappertutto! Pieno di libri in ogni stanza», dice Kamsing sorridendo mentre mi fa strada. Entro nella camera da letto di Saskia e Folco e poi in quella di Tiziano Terzani e della moglie Angela e mi sento a disagio, un po’ in imbarazzo. Cammino quasi in punta di piedi per non fare rumore, mi sembra di invadere e violare quel senso di pace, quell’intimità che è appartenuta a loro.

Ma Kampsing vuole che veda ogni angolo della casa, così lo seguo ancora. Mi porta nella terrazza su cui si affaccia la camera da letto di Angela e Tiziano. Si ferma davanti al balcone e, guardando verso il giardino e il lago, mi racconta di quando Terzani lo chiamava da lì con il suo vocione e le braccia al cielo «Kamsing! Kamsing! Gli asciugamani!». E ride di gusto nel ricordarlo e poi continua: «Era molto alto, con una voce forte e mi chiamava sempre per aiutarlo a fare tante cose. Era instancabile, oh mio Dio, non si fermava mai!»

Mi racconta che si svegliava la mattina molto presto, verso le cinque o le sei, dava da mangiare a tutti gli animali del giardino. C’erano centinaia di uccelli, scoiattoli, pesci, la tartaruga centenaria che abita ancora le acque del lago. Poi faceva jogging e un po’ di esercizi e beveva il caffè in giardino. Dopodiché entrava nel suo ufficio (la costruzione di fronte alla casa, dall’altra parte del lago) e scriveva tutto il giorno. Lo stesso faceva la signora Angela. Ogni giorno Turtle House si riempiva di amici che andavano a trovarlo. Arrivavano tutti, da ogni parte del mondo: ministri, ambasciatori, diplomatici, politici, scrittori, giornalisti, fotografi, per immortalare la magia di quella casa e scriverne su giornali e riviste. «Parlava tante lingue: cinese, giapponese, francese, tedesco, inglese, anche thai! Che intelligenza, che uomo! Conosceva tante persone e faceva party ogni sera» continua Kamsing. Ospitava gli amici in una casetta di legno rialzata nel classico stile thailandese con i muri di stuoia di canna intrecciata e che adesso non c’è più, buttata giù nel periodo in cui la casa fu un ristorante. «Era un uomo molto generoso e tutto il vicinato lo conosceva. Regalava pollo e papaya ai vicini, soprattutto a Natale. Gli volevano tutti bene», mi dice Kamsing con gli occhi lucidi e velati di nostalgia. Poi, come a scacciare via quei ricordi malinconici, si mette la mano sulla fronte e dice ridendo: «Non mi faceva mai riposare, era pieno di richieste, era come un vulcano, un’esplosione di idee. Le vedi quelle pietre che delimitano il giardino? Le abbiamo portate a mano insieme, una ad una. Voleva che fosse tutto bello e perfetto. Ma perché?!» ed esplode in una sonora risata. Passeggiamo intorno al lago, tra cespugli e alberi dalle foglie giganti in quel giardino paradisiaco, un tempo abbellito anche da enormi canne di bambù e orchidee, che Terzani amava comprare al mercato insieme a Kamsing. Nel lago c’è il relitto della barchetta di legno che si vede in alcune foto in bianco e nero, distrutta (come tante altre cose) e affondata nel periodo in cui Turtle House fu un ristorante thailandese.

«Dopo Bangkok andarono in India e da allora non l’ho mai più visto. La signora Angela è venuta a trovarmi una decina d’anni fa, che piacere rivederla!» Ma poi d’improvviso cambia espressione.

Con voce sommessa e con lo sguardo mesto mi dice che il proprietario della casa è molto vecchio e soffre di Alzheimer. Sua figlia, che si occupa di lui e degli affari di famiglia, l’ha messa in vendita a 4 milioni di euro. Così sarà abbattuta, perché pare che un investitore indiano voglia costruire un mega palazzone di cemento, uno dei tanti orrori della modernità che cresce sulle macerie del passato, uguale a tutti gli altri e privo di identità. Kamsing perderà non solo una casa, ma anche il lavoro. Noi perderemo un pezzo di storia e un patrimonio culturale e architettonico, un “luogo dell’anima” che ha affascinato e avvicinato milioni di persone all’Oriente attraverso le parole di Tiziano Terzani. Come ha detto qualcuno, «Chi tace è complice». E io non voglio essere partecipe della distruzione della Cultura e della Storia, perciò ho lanciato una petizione, con la speranza che questa notizia si diffonda il più possibile e che qualcuno salvi questo pezzo di Asia dalle fauci del mostro capitalista, che ci vuole tutti uguali e senza anima. So che sarà molto difficile e che ci sono pochissime speranze, ma la rassegnazione non si confà al mio modo di essere e di vedere la vita. Davanti al cancello di bambù di quella casa fatata ho salutato Kamsing con un groppo in gola e nel cuore, forse consapevole che non avrei mai più visto né lui né Turtle House e gli ho promesso che avrei fatto qualcosa. Per lui, per quella casa storica, per Tiziano Terzani che con il suo messaggio, le sue storie e la sua vita ha arricchito anche la nostra, per noi. E ora, quando penso agli occhi imploranti di Kamsing che mi chiede di aiutarlo stringendomi la mano, posso almeno dire di aver mantenuto quella promessa e di averci provato.

«Turtle House era splendida la notte. I grattacieli che ci crescevano attorno ci toglievano ogni giorno più sole, ma quando calava la sera e Kamsing, il giardiniere, accendeva le lampade nascoste tra gli alberi, le fiaccole attorno allo stagno e le lucine a olio ai piedi delle statue di Ganesh e di Buddha nel giardino, la casa tornava ad avere quella calda, quieta magia tropicale che ci aveva fatto venire in Thailandia…»

Tiziano Terzani, Un indovino mi disse, 1994

Per firmare la petizione clicca qui:

https://www.change.org/p/salviamo-turtle-house-la-casa-a-bangkok-di-un-indovino-mi-disse-di-tiziano-terzani

Per seguire Asiamonamour, il blog di Teresa Pisanò:

http://www.asiamonamour.com/

 

 

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