“Leo” di Daniela Piras. Intervista all’autrice

Leo, il nuovo romanzo di Daniela Piras, pubblicato da Talos Edizioni, rappresenta, come evidenziano Matteo Lancini e Antonio Piotti nella prefazione, un formidabile intreccio fra le vicende della creatività letteraria e quelle della clinica psicoanalitica. Il protagonista del romanzo è Leo, un ragazzo universitario fuori sede, introverso, che crea un mondo parallelo in cui immagina eventi ed episodi in contrasto con la realtà circostante. E quando avvengono episodi ed eventi particolari non li riconosce, non li vive. Leo rappresenta il preoccupante problema dei ritirati sociali, molti dei quali scelgono di vivere chiusi nelle loro stanze, creandosi un’identità alternativa nel mondo dei social, nel mondo virtuale. Il fenomeno è particolarmente diffuso in Giappone ma inizia ad essere preoccupante anche in Europa.

Come leggiamo nella prefazione al volume, «Daniela Piras sa condurci nei meandri di questa auto reclusione in un modo in cui le vicende del protagonista, per quanto apparentemente così lontane, divengono invece molto comprensibili e toccano le corde della nostra sensibilità umana».

Oggi siamo felici di poter ospitare proprio Daniela Piras che ha risposto alle nostre curiosità:

Nella parte conclusiva del capitolo I suonatori della domenica scrivi: «Una nostalgica e malinconica musica giungeva piano all’interno del mondo blindato di Leo, con la delicatezza che solo le note di un’arpa possono avere». Ritieni che sostenendo i bambini nella crescita con passioni “sane” con cui sviluppare una socialità tradizionale, attraverso lo sport (e non è il caso di Leo) o la musica, si possa evitare questa chiusura al mondo? Da quali suggestioni nasce questo capitolo di Leo in particolare?

Una domenica mi trovavo a casa e, ad un tratto, venni raggiunta dalle note di una musica che sembrava far parte di una colonna sonora di un film di Kusturica. Mi affacciai alla finestra per vedere chi fossero quei musicisti e vidi quattro gitani camminare lentamente sulla strada, uno accanto all’altro, si trascinavano quasi, fuori faceva caldo e loro suonavano in maniera quasi automatica. La musica etnica rappresenta la tradizione di un popolo, la cultura, è qualcosa che serve per esprimere un’appartenenza. Ho pensato che la lentezza dei loro passi contrastasse con l’allegria di quelle note, ho pensato che il fatto che quegli zingari chiedessero l’elemosina ai pochi passanti presenti, riempendo le vie della città con la loro musica, fosse qualcosa di molto romantico, e ho deciso di parlarne in un capitolo del libro. Il fatto che il protagonista del mio romanzo sia un sognatore per natura mi ha dato la possibilità di esprimere un piccolo concetto: spesso basta avere una buona immaginazione e poca curiosità di andare a fondo alle cose, per poter vivere in un mondo più bello. Sicuramente attività come la musica o lo sport, se esercitate in gruppo, servono per stimolare la socialità nei bambini e, allo stesso tempo, fungono da banco di prova, nel senso che servono per capire quanto un bambino ami stare in mezzo ai suoi coetanei. Credo che ci siano bambini che preferiscono giocare da soli, con l’amico immaginario, o stare con i propri genitori; bambini che, di solito, non vengono capiti. Quando uno di questi manifesta apertamente la voglia di stare per i fatti propri viene immediatamente recepito come “sbagliato” o “problematico”. Io credo che ognuno, adulto o no, abbia il diritto di vivere come meglio ritiene consono al proprio essere e che spesso quelli che arrivano a chiudere ogni rapporto con il mondo forse per troppo tempo hanno provato ad entrarci, senza successo, perché è la società che tende ad escludere chi non si dimostra esattamente integrato nei suoi ingranaggi.

Il libro è ambientato in Sardegna, e vi sono dei riferimenti precisi, ma per la prima volta rispetto ai precedenti lavori che abbiamo letto (mi riferisco a Village e alla raccolta di racconti Crash), il luogo non è davvero determinante per lo sviluppo della trama. Da sempre però la tua scrittura è attenta al sociale e all’attualità, come ti sei avvicinata a questo tema in particolare?

Il romanzo è ambientato in una città del nord Sardegna, precisamente Sassari, ma potrebbe essere una qualsiasi media città universitaria italiana. La storia si srotola principalmente nella mente del protagonista che si scontra con una realtà-tipo. Io ho iniziato a scrivere questo romanzo basandomi su alcuni incontri che ho fatto in passato, quando studiavo all’università e mi sono trovata a dividere la casa con altri studenti e prendendo spunto da racconti che mi sono stati fatti da amici e conoscenti. Ho notato che alcuni avevano incontrato, nelle loro esperienze di coabitazione, delle persone che non avevano nessun interesse, al di fuori della loro stanza, e mi sono chiesta cosa potesse portare un ragazzo o una ragazza a desiderare di estraniarsi in modo così forte dalla realtà. Ho immaginato che la prima cosa con la quale uno studente potesse scontrarsi fosse l’università, questa istituzione che spesso altro non diventa che un parcheggio, dove competizione e difficoltà sono molto incisive. Il primo capitolo racconta infatti il rapporto conflittuale tra lo studente e la propria facoltà. Quando il libro stava per essere pubblicato ho scoperto l’esistenza degli hikikomori, come vengono chiamati in Giappone coloro che si isolano all’interno delle proprie stanze e, parallelamente, quella dei “ritirati sociali” in Italia, un esercito di oltre 120.000 persone che vivono praticamente rinchiuse con la sola compagnia di un computer. Devo ammettere che questa cosa mi ha un po’ inquietato, dato che non immaginavo ci fosse un numero così alto di persone che scelgono di vivere in pressoché totale solitudine.

Non scrivi mai in lingua sarda, ma sei una scrittrice sarda, come abbiamo visto, molto attenta alle tematiche che riguardano anche la tua regione. Avverti come un dissidio la tua appartenenza regionale e l’uso esclusivo dell’italiano nei tuoi scritti?

Scrivo nella lingua con la quale ho imparato a leggere e a scrivere. La lingua sarda la parlo appena, in maniera purtroppo pasticciata, e purtroppo non la so scrivere. La situazione in Sardegna, da questo punto di vista, è molto critica, e complicata. Oggi, per riappropriarci della nostra lingua, l’unica soluzione credo sia quella di inserirne l’insegnamento nei programmi ministeriali scolastici. In Sardegna si parlano due lingue, questo è vero, ma la lingua determinante è l’italiano, il sardo è confinato in alcuni contesti, alcuni lo definiscono “la lingua dei sentimenti”. Io per ora scrivo in italiano, e non avverto nessun dissidio, parlo di Sardegna in italiano, cerco di raccontare la mia isola, come meglio mi riesce. In futuro potrei scrivere anche in sardo, non lo posso escludere, del resto tutto si può imparare.  Io racconto la realtà che vivo tutti i giorni, che è quella che conosco meglio e nella quale sono immersa, prendo spunto da quello che accade intorno a me, che può essere un semplice incontro avvenuto per strada o una notizia sentita al Tg.

Il romanzo Leo ti sta regalando tante soddisfazioni e sono molti gli appuntamenti per presentarlo. Ci puoi ricordare i prossimi?

Leo mi sta effettivamente dando molta soddisfazione, in ogni presentazione fatta sinora si sono create delle interessanti discussioni intorno al tema dei ritirati sociali e attorno alla psicologia del protagonista. Molti mi fanno domande molto specifiche su “Leo” alle quali ho difficoltà a rispondere, il personaggio del libro pare avere vita propria, se ne parla come se fosse un conoscente; questo mi fa molto piacere perché significa che sono riuscita a descriverlo in maniera piuttosto realistica.

I prossimi appuntamenti sono a Sassari l’8 agosto, un aperitivo letterario, altre date sono da confermare. Spero di riuscire ad organizzare qualche presentazione anche fuori dalla Sardegna, per ora ho due luoghi in mente, una città al nord, precisamente a Verona, dove l’evento è in fase di programmazione e l’altro al sud, in Calabria, regione del mio editore. Aggiornerò comunque le date sul mio sito, man mano che verranno confermate.

 

Ringraziamo di cuore Daniela Piras per il tempo che ci ha dedicato e ricordiamo che potete acquistare il volume anche contattando Talos Edizioni: http://www.talosedizioni.it/?pagina=dettagli&id=113

 

 

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