Un viaggio fotografico sulle tracce di Frankenstein

Fino all’1 Luglio 2018 – Nell’estate del 1816 Mary Shelley visitò la Svizzera e fu vicina di casa di Lord Byron, come lei stessa ebbe modo di spiegare nella introduzione all’edizione del 1831 del romanzo Frankenstein. Il tempo non era dei migliori e nelle tante serate di pioggia, davanti al camino, il gruppo di amici costituito da Lord Byron, Mary Shelley, Percy Bysshe Shelley, dalla sorellastra di Mary (e amante di Byron) Claire Clairmont e da John William Polidori (medico di Lord Byron), trascorreva queste rigide e anomali serate estive raccontando storie di fantasmi. Si trovavano nei pressi di Ginevra, in Villa Diodati. Lord Byron lanciò una sfida: ognuno dei presenti doveva scrivere un proprio racconto del terrore. Nasce in questa occasione, fra le montagne svizzere e con queste suggestioni, una delle opere più celebri al mondo, realizzata da una giovanissima Mary Shelley, che aveva infatti solo 19 anni quando portò a termine la prima stesura del romanzo. L’opera fu pubblicata per la prima volta nel marzo del 1818 per poi essere riproposta, con alcune modifiche dell’autrice, nel 1831. 

Queste parole di Mary Shelley, tratte dall’introduzione, ricordano la genesi del romanzo:

«Passai l’estate del 1816 nei dintorni di Ginevra. Il tempo era freddo e piovoso; la sera ci raccoglievamo attorno ad un gran fuoco di legna e ci divertivamo a leggere storie tedesche di fantasmi, che ci erano capitate tra le mani. Queste letture destarono in noi un burlesco desiderio di emulazione. Decidemmo di scrivere ognuno un racconto che si fondasse su qualche evento soprannaturale. Ma il tempo si fece improvvisamente sereno e i miei amici mi lasciarono per un’escursione sulle Alpi. Il mio racconto è il solo che sia stato portato a termine».

La mostra fotografica di Chloe Dewe Mathews, esposta fino al primo di Luglio presso la British Library di Londra ripercorre i luoghi visti da Mary Shelley nel 1816 (passato alla storia come l’anno senza estate) e tenta di proiettare il passato nel presente: come spiega la fotografa, gli scatti da lei realizzati sono avvenuti pensando alle parole di Mary Shelley, per ottenere immagini che non offrono ciò che è ma ciò che probabilmente è stato.

 

 

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