Le vetrine prima di Natale. Una passeggiata con Hermann Hesse

Dal 1925 al 1932 Hermann Hesse trascorse regolarmente l’inverno a Zurigo. Nel 1927, l’11 di dicembre, sul Berliner Tageblatt è apparso l’articolo Vetrine prima di Natale, in Italia incluso nel volume L’arte dell’Ozio, pubblicato da Mondadori.  Possiamo dunque ipotizzare che l’articolo sia nato da suggestioni natalizie zurighesi, anche se il luogo non è di certo determinante per le riflessioni dello scrittore sul Natale, ricorrenza di cui non ama parlare.
Se da un lato il Natale risveglia «ricordi sacri, evocandoli  dalla fonte delle leggende infantili», e «nel riverbero del biondo mattino della vita il suo scintillio diventa magico e irradia indistruttibili simboli santi: il presepe, la stella, il Bambin Gesù, l’adorazione dei pastori e dei magi, i saggi venuti dall’Oriente!», dall’altro lato, il Natale è per Hesse «la quintessenza di tutti i sentimentalismi e di tutte le menzogne borghesi, l’occasione di orge sfrenate per l’industria e il commercio, il pretesto di articoli sfacciati negli empori […]»

NZOUn po’ più avanti Hesse ammette: «Nonostante tanti sentimenti contrastanti e opprimenti, non posso negare che in certe sere di dicembre quando, dopo un pomeriggio grigio e nuvoloso, le strade dei negozi si illuminano, le luci colorate e abbaglianti fuoriescono dalle vetrine e cadono sull’asfalto bagnato dalla pioggia o dal nevischio e la via si anima acquistando un aspetto festoso, allora non nego che quel falso forsennato traffico natalizio con la sua sfacciata sfolgorante mi diverte. Per un’ora mi piace passeggiare in quella zona della città che altrimenti evito, camminare a ridosso delle vertine, assorbito estasiato, come annullato da tanto guardare».

E così, nonostante i cinquanta anni compiuti, Hesse scopre che nel fondo della sua anima è rimasto estremamente infantile, o lo è ridiventato. Le vetrine che destano la sua curiosità sono quelle di sempre, quelle che lo incuriosivano già negli anni della prima giovinezza: «per quanto in questo campo sia abbondantemente viziato e super alimentato, tuttavia mi attardo quasi sempre per qualche minuto davanti a una buona libreria[…] mi interessa e mi affascina anche l’aspetto materiale del libro: un dorso marocchino rosso, un bel lino inglese, o una ruvida tela olona per la custodia […] Vedo con gioia i sei volumi marrone dell’opera omnia di Rilke, gli scritti chassidici di Martin Buber in due tomi e Vagabondi di Knut Hamsun (che diavolo sei!). Mi rallegro che ci siano nuovi romanzi di Josef Conrad, strizzo l’occhio al lupo della steppa e saluto Gli Ospiti di Georg Munk». Hesse non si lascia ammaliare solo dai libri: «ci sono altre vetrineHermannHesse_Weihnachtsbaum-1868 e altri negozi davanti ai quali provo forte emozioni, rivivo esperienze intense e avverto un desiderio incontenibile di possesso. Preso da un’ammirazione puerile e da un piacere primordiale, osservo i commestibili attratto dalle loro seduzioni, in particolare quelli che sono legati all’infanzia come i dolciumi […] ciotole di cristallo colme di grossi cioccolatini,  le montagne di tavolette avvolte nelle carte colorate, i vassoi lussureggianti di meringhe e di spume ricoperte di glassa al cioccolato. […] E c’è anche un altro negozio che per me non ha ancora perso il suo fascino dai tempi lontani della giovinezza. Sono le botteghe che vendono carta, matite, cannucce, colori, scatole di acquerelli, righe, compassi e carboncini. Posso stare a lungo lì davanti, ammaliato da una collezione di stupende pitture ad acqua parigine o londinesi, da un fascio di preziose matite Kohinoor, da una scatola di grafite siberiana, dai rotoli o dalle pile di carta pregiata. Con un centinaio di fogli di carta a mano, resistente e al tempo stesso delicata, mi si potrebbe adescare!»

E così se la riflessione iniziale sul Natale è severa e, come dichiara lo stesso Hesse,  non si concilia con l’atmosfera,  il bello della passeggiata serale che si concede risulta proprio il sentirsi esentato dal dover pensare, per lasciarsi andare, come un tempo, allo stupore.

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