Marco Cavalcante: riflessioni dal Nepal

Marco Cavalcante lavora dal 2005 per il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite; ha ricoperto vari incarichi nelle sedi di Roma, di Kampala in Uganda e di Juba, nel Sudan meridionale.

Dal 2012 vive a lavora in Nepal, a Kathmandu, dove è a capo dei programmi di quella sede. Ha pubblicato Dal cuore dell’Africa (https://luoghidautore.com/2014/07/16/marco-cavalcante-dal-cuore-dellafrica/) i cui proventi saranno interamente devoluti a sostegno dei programmi di alimentazione scolastica del WFP (World Food Programme) delle Nazioni Unite in Uganda.

Qui di seguito siamo felici di poter pubblicare alcune sue riflessioni sull’attuale esperienza in Nepal.

I barbieri di Kathmandu – di Marco Cavalcante

Da quando mi sono trasferito in Uganda nel 2008, porto i capelli rasati a zero. Ho comprato una bellissima ed efficiente macchinetta con cui mi diletto nei tagli, mentre mia moglie Jacqueline mi aiuta nelle rifinizioni. Tuttavia da quando sono arrivato qui in Nepal ho dovuto cambiare abitudini. La prima ragione per cui non porto più i capelli rasati e che qui ci si rade la testa solo in segno di lutto (o se si è monaci). Per cui, essendo superstizioso, non gradivo le costanti domande su chi avessi perso. La seconda ragione è il clima, in Nepal per almeno sei mesi l’anno fa freddo, ed i capelli sono una buona difesa contro le temperature basse. La terza ragione infine è che il tasso di malattie letali trasmettibili da tagli è certamente più basso di quello africano. I barbieri qui sono tutti appartenenti alla stessa (bassa) casta, quella appunto dei barbieri. Io vado da due cognati che hanno un negozietto alla fine della mia strada. Il posto è sporco e sempre pieno di gente ma allo stesso tempo vivace e tradizionale. Inspiegabilmente io non aspetto mai. Quando arrivo sono sempre il prossimo, nonostante la fila. Una volta, ad un tizio hanno addirittura lasciato il lavoro a metà per servirmi, incuranti delle mie proteste. In realtà sia Ganesh che Krishna non parlano l’inglese per cui non riesco bene a capire se hanno coscienza che quella loro eccessiva gentilezza mi imbarazza o meno. Allo stesso tempo, nessun cliente si è mai lamentato di questa ingiustizia. In parte, una ragione potrebbe essere che il mio essere lì è motivo di orgoglio per i barbieri e grande spunto di conversazione. La nozione di tempo= soldi qui è molto blanda per cui aspettare ancora un pochino non rappresenta per il nepalese medio una scocciatura. Anzi, il fatto che io sia lì offre ottimi motivi per discutere e parlare, dei miei capelli, di come mi cresce la barba o dell’assenza di peluria nelle orecchie. Sono perfettamente a proprio agio a parlare di me, in mia presenza, e sono sicuro non è perché sanno che non li capisco, ma semplicemente perché è normale. A volte i passanti si fermano a guardare lo spettacolo (il negozio non ha vetrina) ed a domandare qualcosa su di me. Un’altra ragione per cui mi fanno passare davanti è probabilmente che mi fanno pagare (almeno) il doppio di un normale cliente. Barba e capelli 3 euro, mentre ad un locale costerebbe 1 o 1 e mezzo. I prezzi in realtà sono un mistero, pare che ognuno paghi quanto voglia, tipo i vecchi clienti pagano quello che hanno sempre pagato, il signorotto un pochino di più. Poi ci sono i giovanotti che vengono solo per farsi mettere il gel o pettinare che pagano pochissimo o a volte niente. Il lato negativo di queste mie domeniche passate dal barbiere (ci mettono un’ora e mezza per completare l’opera) è che non capendomi bene, o non volendomi capire, finisco sempre con un doppio taglio militaresco che non mi piace proprio, anche se secondo loro e la folla, mi sta bene (lo capisco dai sorrisi che si scambiano e dai pollici alzati). Comunque va bene così, mi fa sentire più integrato e poi in due giorni la differenza tra la parte tagliata cortissima e quella tagliata corta ai lati della testa non si vede più.

La notte delle stelle cadenti – di Marco Cavalcante

Avrò passato almeno venti San Lorenzo sulla spiaggia di Guardia, nella mia Calabria, insieme agli amici di sempre, con la musica delle chitarre di sottofondo, il falò’, le casse di birra, e le salsicce sul fuoco. Sempre con la testa in su, a guardare le stelle cadenti (che poi stelle non sono), e ad esprimere desideri, uno per ogni stella vista. Alcuni li ricordo ancora. Molti erano, per noi maschietti, incentrati sulla possibile riuscita romantica con la ragazzetta che in quel momento ti piaceva, e magari sedeva proprio lì accanto. Altri riguardavano i permessi per l’acquisto di motorini, macchine, o altro. I più nobili includevano, verso fine serata, quando quelli più concreti erano esauriti, la salute propria e delle persone care. O almeno credo. Perché di sicuro conosco solo i miei, in quanto una delle prime regole era proprio quella di non rivelare a nessuno i desideri espressi, pena la loro mancata realizzazione. Il 10 Agosto in Nepal è tempo di monsoni. Il cielo è sempre coperto di nuvole nere, non si vede neanche una stella, cadente o meno. Forse per questo i desideri di questo paese e dei suoi abitanti non si avverano mai. Forse. Sono sette anni che non passo più San Lorenzo sulla spiaggia di Guardia. Ma se mai dovessi capitarci ancora, saprei sicuramente ciò che desiderare. Anche per quelli che le stelle non le vedono mai. Come cosa? E se poi lo dico, non si avverano!

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