Marco Cavalcante: dal cuore dell’Africa

«Non muori di malaria. Non muori «se», però, sei adulto, in buona salute, se prendi le medicine, se le prendi subito…se non è la celebrale, se non la scambiano per una semplice influenza, e invece del chinino ti danno gli antibiotici, se… Troppi se. E infatti troppi morti. Migliaia. Ogni giorno, anche qui in Uganda. Se la prendono in mille al giorno. No, la malaria non ucciderà Marco Cavalcante, ma di quei mille, cento (novanta di cui bambini) se la vedranno veramente brutta. E non riesco a immaginare un genitore che vede il figlio con la malaria, ma che non può permettersi le medicine…e lo vede lentamente bollire…Quando mi hanno chiesto i soldi per la visita specialistica, analisi e medicine (in una delle migliori cliniche della capitale) io pensavo che stessero scherzando: dieci euro…Nelle aree rurali, togli la visita e le analisi che a loro non servono, rimarranno due-tre euro di medicine…che per molti genitori significa una cifra astronomica. E i bambini muoiono. Bolliti. Per due-tre euro. Che vergogna!»

dalcuoredellafricaQuesto brano è tratto da Dal cuore dell’Africa (pubblicato da Iride – gruppo Rubbettino) e «gli eventuali proventi di questo libro saranno interamente devoluti a sostegno dei programmi di alimentazione scolastica del WFP (World Food Programme) delle Nazioni Unite in Uganda». L’autore, Marco Cavalcante, lavora infatti dal 2005 per il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite; ha ricoperto vari incarichi nelle sedi di Roma, di Kampala in Uganda e di Juba, nel Sudan meridionale. Dal 2012 vive a lavora in Nepal, a Kathmandu, dove è a capo dei programmi di quella sede. Dal cuore dell’Africa è proprio il diario dei quattro anni trascorsi in Africa, un periodo in cui sono avvenuti tanti cambiamenti nella sua vita, professionale e personale, oramai indissolubilmente legata a questo Continente. Con Marco Cavalcante volgiamo lo sguardo ad una quotidianità di cui poco conosciamo: quella di coloro che lasciano posti sicuri per trasferirsi in luoghi complessi, difficili, a volte pericolosi. E così veniamo a contatto con le vite di quelle persone che studiano economia «per aiutare i poveri e non solo per arricchire i ricchi». Pregio delle pagine che l’autore ci propone è certamente la sincerità di alcune riflessioni: per uno straniero vivere in questi posti, così poveri, porta al paradosso di vivere un doppio vantaggio, oltre alla propria condizione già di agio rispetto alla povertà della gente locale, si raggiungono, proprio qui, lussi e comodità che a casa propria sarebbero impossibili, neanche pensabili (tanti che lavorano all’estero per società e organizzazioni possono rispecchiarsi in questa condizione); lo sguardo sincero e analitico di Cavalcante invita a riflettere: la descrizione di un problema personale che inizialmente spiazza e può apparire una contraddizione per il contesto in cui si manifesta, è pretesto per ridimensionare il proprio problema paragonandolo alla vera condizione dell’Uganda; ed è così che il suo racconto tocca le corde più intime di noi stessi, il coinvolgimento emotivo è tale da indurre il lettore ad una profonda e partecipata commozione; per esempio nelle pagine in cui si descrive una visita in una regione del Nord dell’Uganda, Cavalcante scrive: «Si piange per mille cose. Si piange perché si lascia un posto, si piange perché si è lasciati da qualcuno…si piange di rabbia, di gioia, di solitudine…si piange perché l’Italia ha vinto il mondiale e si piange anche perché l’ha perso…si piange. È umano. Ma si piange anche per il disumano, ed è proprio quello che mi è successo». A queste parole segue un brano che nel lettore suscita una scatenante reazione emotiva, occhi umidi, nodo in gola, un pianto non catartico ma di profonda tristezza per l’ingiustizia e.. per un senso di colpa che improvvisamente si manifesta, come spiega lo stesso autore: «Di chi è la colpa?[…] Non lo so. So solo che in quel momento la colpa me la sono sentita tutta addosso…La colpa perché pochi giorni prima mi ero lamentato che al supermercato non trovavo la Barilla…La colpa perché mi ero lamentato che la jeep era troppo lenta…o che il cellulare non prendeva…La colpa perché sulla maglietta appena messa mi era apparsa una macchia e mi ero incazzato…la colpa di tutto…una colpa sicuramente irrazionale…che comunque mi ha fatto capire una cosa importante e cioè che non so per quanto tempo starò in questo Paese disgraziato, ma ora sono sicuro del perché sono qua…ed è già una cosa importante».

Non mancano le pagine rassicuranti, piacevoli, serene, alla scoperta dell’isola di Mafia in Tanzania o delle valli e delle colline del Ruanda.

Tante riflessioni personali rivolte alla propria famiglia, per esempio alla primogenita Naila – il cui nome è ispirato proprio dal fiume Nilo: «Spero tanto che Naila, come il Nilo, esca sempre vincitrice dalle sue battaglie e che io sia capace di aiutarla a rialzarsi dopo ogni sconfitta. Sarò sempre con lei, come il Nilo sarà sempre con l’Uganda e la sua gente».

Parole talmente personali e intense da trasformarsi in riflessioni che coinvolgono tutti. E il valore di questa condivisione sta proprio nel coinvolgimento che riesce a produrre, per questo la lettura di questo libro acquista un significato di doppia importanza, che non si può ignorare: consapevoli del seppur piccolo contributo che possiamo dare acquistando Dal cuore dell’Africa, in cambio riceviamo tanto in emozione e riflessioni; con una leggerezza che è solo apparente e affatto casuale, Marco Cavalcante racconta la sua vita, per raccontarci l’Africa, quella vera, quella che nonostante tutto riesce sempre a stupire e a darci lezioni.

 

 

 

 

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